”Urbs in horto”: un giardino coltivato, pieno di spazi verdi, dove si lavora e si abita

di Francesco Cassandro

Niente “case su case”, niente “catrame e cemento”. Neppure in via Gluck, dove i ragazzini continuano “a piedi nudi a giocare nei prati”. Certo, ci sono le case e le strade, le fabbriche e il cemento. Solo che respirano, adagiate in una campagna addolcita dalle stagioni e segnata dalle mani dell’uomo.
Una città che non sfida il cielo con i suoi grattacieli ma che ha il respiro lungo dell’orizzonte, dove s’alternano spazi urbani e campagne, luoghi dove si vive e aree dove si produce. Gli architetti e gli urbanisti dell’università Iuav di Venezia la chiamano “città diffusa”. C’è voluto tempo e maestri dello spessore di Bernardo Secchi perché questa dimensione uscisse dalle mura dell’ateneo, e soprattutto che i veneti scoprissero che una delle versioni più riuscite ce l’avevano proprio sotto i piedi.
Paola Viganò, 55 anni, urbanista e professoressa allo Iuav di Venezia e all’Epfl di Lugano, l’unica donna e l’unica non francese ad aver vinto il Grand Prix de l’Urbanisme, dopo anni di studio e di approfondimento, attraverso master che hanno coinvolto studenti da tutto il mondo, si è spinta più in là, ribattezzando la “città diffusa” in“urbs in horto”.
«Urbs in horto – ricorda Paola Viganò – è il motto che si è data la città di Chicago, non si sa se per ricordare i rapporti con la pianura coltivata che la circonda o per sottolineare il carattere verde della città».
Per lei, invece, professoressa Viganò?
Per me “urbs in horto” sintetizza bene le caratteristiche della campagna abitata veneta: un giardino coltivato, pieno di spazi verdi, dove si lavora e si abita.
Un “privilegio” veneto?
Certo che no. A metà degli anni Novanta si diceva che forme simili erano riconoscibili anche in altre parti d’Europa. Oggi si riconoscono situazioni analoghe un po’ in tutto il mondo.
Ad esempio?
In Tailandia, in Vietnam, in grandi porzioni della Cina, soprattutto nella parte più a sud, troviamo vasti territori disegnati, organizzati e strutturati dal governo dell’acqua, come quelli veneti.
E così avete allargato la ricerca.
Naturalmente. Ma a metà degli anni Ottanta, proprio quando cominciavamo a scrivere anche in modo preciso le forme, l’organizzazione e le potenzialità della città diffusa, è arrivata, improvvisa e violenta, la crisi economica.
E questo vi ha spiazzato?
Diciamo che per alcuni studiosi quel modello fatto di piccola e media impresa, in cui sembrava che un individuo potesse in qualche modo costruire la propria storia, il proprio futuro, non era più in grado di affrontare e sostenere le nuove sfide socio-economiche.
Un’opinione che condivideva?
Il mio maestro Secchi chiedeva ai suoi collaboratori di stare sul campo e di fare i rilievi. Di camminare ore e ore per capire gli spazi di una città, di un territorio. Un esercizio lento – sottolineava – durante il quale ci si immerge nelle realtà sociali e si educa lo sguardo a capire la densità dello spazio su cui si deve intervenire.
E’ quello che avete fatto?
Sì. Dal 2005-2007 abbiamo cercato di capire l’impatto della crisi nei nostri territorio. Abbiamo scelto una porzione dell’Alta Padovana, il Camposampierese, e con gli studenti veneziani e del master europeo in urbanistica, provenienti da ogni parte del mondo, abbiamo percorso e studiato quel territorio a piedi e in bici.
Risultato?
E’ balzata evidente quest’idea del giardino: una grande qualità dello spazio che parla della qualità della vita.
E i segni della crisi?
Facendo questi lungi sopralluoghi abbiamo parlato con tantissime persone, e ci siamo resi conto che la drammaticità della crisi, avvertibile nelle grandi aree dismesse del milanese e del torinese, non era per nulla percepita.
Cosa si percepiva?
Un’interpretazione diversa della crisi. Meno semplice, più sfuggente. Dopo il primo impatto, certamente violento, c’è stato quasi un adattamento, si è cercato di migliorare e di razionalizzare alcune cose.
E questo non va bene?
Per certi versi no, perché la crisi è strutturale e impone un drastico cambio di modello. Il che non significa che si cancelli tutto quello che esiste, ma che bisogna guardare con occhi profondamente diversi quello che c’è già oggi.
La chiamiamo evoluzione?
Sì, ma radicale. Un piccolo adattamento non basta. “Urbs in horto” vuole rispondere a questa esigenza, ad un contesto economico e sociale che la crisi ha profondamente modificato.
Partendo dall’urbs, dalla città?
Sì, perché la società è invecchiata, le risorse delle persone si sono notevolmente ridotte e i servizi vanno adeguati ai nuovi bisogni. L’urbs in horto è l’idea di una produttività estesa, che riguarda tutto il territorio, sia che produca mobili o granoturco.
Una città più sostenibile?
Una città forse ancor più di quella tradizionale, ripensata come una risorsa rinnovabile, capace di rigenerarsi al proprio interno (anche perché non ha esterno): fonti di energia diffuse, dinamiche produttive delle più diverse, agricoltura e manifattura, tipi di popolazione e stili di vita eterogenei. Molte sono le sinergie possibili nella metropoli orizzontale e in gran parte ancora da esplorare.
Qualcuno invece propone una ricetta opposta: una città più “concentrata”.
No, la città diffusa propone un modo di abitare differente, qualitativamente migliore. Certo, abbiamo bisogno di molta più intensità, di nodi più attrezzati, di un’abitabilità diversa.
C’è poi l’horto, il giardino.
L’idea non tanto del giardino, ma della città dell’orto, di uno spazio urbano produttivo dell’agricoltura in diverse forme: dall’orto di casa ai grandi appezzamenti agricoli. Un orto che è anche un giardino, perché siamo in presenza di proprietà non molto vaste, con spazi chiusi. Dove anche la piccola azienda può trovare un habitat molto attrattivo, una qualità diffusa che potrebbe diventare uno degli elementi per riciclare anche la piccola e la media impresa.
E sullo sfondo la campagna?
Sì, ma una campagna che è stata costruita, che funziona, che è produttiva perché sono state regolamentate le acque, perché ci sono le strade che consentono di arrivare ai campi, perché tutto è stato ridisegnato e progettato in lavori di millenni che oggi non potremmo più fare perché ci mancherebbe l’energia e la condivisione collettiva per lavori così estesi.
Una campagna interpretata e vissuta quasi come un’infrastruttura?
Certamente la campagna veneta rappresenta una preziosa e irripetibile infrastruttura, che si inserisce in un progetto urbano in parte spontaneo, in parte guidato da una serie di politiche, in parte lasciato passare perché andava bene a tutti che fosse così. Non si tratta di dire che questo territorio è un nuovo modello perfetto del vivere insieme, ma che ha caratteristiche e potenzialità che meritano un progetto più esplicito.
E qui la palla passa alla politica…
L’istituzione europea comincia ad accorgersi di queste realtà urbane un po’ differenti dalle città tradizionali.
Quella locale, invece?
Non vorrei partecipare allo sport nazionale che bastona i politici…
Però…
Chi vive in questi territori dovrebbe essere in grado di capire questa realtà.
Roma ci ha dato la città metropolitana di Venezia; la Regione ribatte che l’intero Veneto è un’area metropolitana.
L’introduzione delle città metropolitane è un’occasione parzialmente persa. Il perimetro provinciale di Venezia direttamente lineare alla città metropolitana è chiaramente poco convincente.
Quindi?
Se questo è il perimetro, lavoriamo su qualcos’altro. Il Veneto centrale, ad esempio, rappresenta un’altra area metropolitana.
Potrebbero interagire?
Bella domanda! E’ chiaro che le aree di quella che sarà la Pedemontana potranno contare di infrastrutture integrate e diventare un’area metropolitana indipendentemente da quella veneziana.
Conclusione?
Si potrebbe arrivare al paradosso che un’area metropolitana integrata, che è quella centrale veneta, risulterebbe tagliata in due parti.

CHI E’
Architetto e urbanista, è professore straordinario di Urbanistica presso l’Università Iuav di Venezia. Visiting professor in diverse scuole internazionali (Lovanio, Losanna, Aarhus, Harvard), è coordinatrice del Dottorato in Urbanistica presso lo Iuav e membro dell’Executive e dell’Educational Boards dell’European master in Urbanism. Fa parte del comitato scientifico dell’École nationale supérieure d’architecture et de paysage di Lille e dell’École Nationale Supérieure du Paysage di Versailles. Nel 2013 è Chaire Francqui all’UCL di Louvain la Neuve. Nel 1990 ha fondato il proprio studio insieme a Bernardo Secchi (1934-2014) e vinto numerosi concorsi internazionali. Tra i progetti realizzati: la nuova piazza del teatro ed il parco di Spoornoord ad Anversa; un sistema di spazi pubblici a Mechelen, il cimitero e la Grote Markt di Kortrijk. Lo studio lavora oggi su diversi progetti urbanistici ed architettonici in Europa, tra questi il quartiere della Courrouze a Rennes (masterplan e realizzazione degli spazi pubblici). Negli ultimi anni ha lavorato sulla costruzione di visioni per alcune importanti aree metropolitane: Le Grand Paris, métropole de l’après Kyoto; Bruxelles 2040; Lille 2030 e Montpellier 2040. Nel 2015 ha vinto il concorso internazionale per la città della Scienza di Roma. Dopo essere stata finalista nel 2010, nel 2013 Viganò è la prima donna a ricevere il Grand Prix de l’Urbanisme in Francia, mentre oggi è parte del comitato scientifico “Atelier du Grand Paris”. Nel 2016 ha ricevuto la laurea ad honorem dall’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio.

Tags: Paola Viganò|Urbs in Horto|città diffusa