Cortella: «Costruiamo catene di produzione, mettendo insieme le competenze di ogni singola azienda»

di Francesco Cassandro

Lo scrittore Edoardo Nesi – ha ricordato Dario Di Vico sul Corriere della Sera del 10 giugno scorso – sostiene che la sua gente, i piccoli imprenditori delle tante Prato d’Italia, fatica ad entrare in un mondo come quello post-crisi dove le regole di comportamento sono radicalmente cambiate. Dove il valore dell’esperienza manifatturiera sembra non servire più, dove il racconto dei migliori che trainavano e del resto che seguiva in buon ordine è fuori corso, dove è difficile comunicare ai propri operai l’entusiasmo per il lavoro. Nesi pensa che siamo di fronte ad una mutazione antropologica e il piccolo imprenditore stia perdendo quella proiezione verso il futuro che era la sua arma migliore e stia maturando “una radicata incomprensione del mondo contemporaneo”. Si sente fuori contesto.
«L’analisi dello scrittore toscano – ammette Mario Cortella, imprenditore e vice presidente dell’Intesa Programmatica d’Area (Ipa) del Camposampierese – è in gran parte condivisibile. Non solo non vediamo i segnali di ripresa, ma avvertiamo, soprattutto nel nostro Veneto, uno scenario dove la piccola e media impresa non ha più il ruolo che aveva un tempo».
Cosa è successo, Cortella?
Che la crisi ha cambiato i fondamentali economici e finanziari, con un’accelerazione temporale e strutturale che non ha permesso la sua metabolizzazione. E’ necessario reagire al più presto.
Come?
Trasformando la nostra fragilità in una risorsa. Prese singolarmente le nostre imprese, pur talentuose, non possono competere nel mercato internazionale; se le mettono insieme, invece, riuscirebbero a far rete e a sviluppare sinergie vincenti.
Se ne parla da anni…
È vero, su questo tema si sono versati fiumi d’inchiostro e di parole, ma adesso il tempo sta veramente per scadere.
Concretamente?
Per spiegarlo io porto sempre l’esempio della mia azienda, che vive di indotto; che utilizza, in altri termini, componenti realizzate dalle piccole artigiane della zona. Io dipendo da loro, loro da me. La crisi dell’uno si ripercuote inevitabilmente sull’altro. Se un mio fornitore cessa l’attività per qualsiasi motivo non saprei come sostituirlo.
Non c’è più ricambio?
E’ sempre più difficoltoso. Ed è questo uno dei problemi che la crisi ha creato con la chiusura di molte aziende. Chi si trova senza un fornitore o un cliente, fatica a sostituirlo, sia perché ignora i potenziali partner, sia perché ci sono professionalità che non è facile reperire.
Come si può rimediare?
Costruendo delle catene di produzione; mettendo insieme le competenze di ogni azienda, che sono il nostro vero patrimonio. Questo è possibile partendo da una semplice conoscenza delle aziende presenti sul territorio, da un semplice censimento. Perché può anche sembrare banale, ma l’ostacolo principale è che tutte queste piccole e medie imprese non si conoscono, non hanno riferimenti, e di conseguenza non riescono a fare sistema.
Partire da un semplice censimento non sembra un’impresa proibitiva.
Ed invece si rivela difficilissima. Io ci ho provato. Ho bussato a tutte le associazioni di categoria. Intrecciamo i dati, creiamo delle opportunità, ho suggerito. Mi hanno guardato con diffidenza e si sono rifugiati nella privacy.
Non si sarà arreso?
No, dobbiamo insistere, perché non ci sono alternative: le realtà imprenditoriali più piccole devono entrare in una rete più importante, dove obiettivi e responsabilità siano chiari e precisi. E questo vale soprattutto nel nostro Camposampierese, dove una catena di produzione in comparti di eccellenza, quali sono la meccanica e il manifatturiero, può produrre enormi sinergie. La Federazione dei Comuni, il Tavolo dell’Ipa e il Coordinamento delle categorie economiche possono insieme raggiungere l’obiettivo.

 

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