Carraro: “Il mondo ferma le emissioni, ma bisogna fare di più”

di Francesco Cassandro

La biografia del professor Carlo Carraro è chilometrica; l’autorevolezza anche. E giacché azzardarne una sintesi si rischia l’infortunio, meglio affidare i dettagli al suo blog (www.carlocarraro.org) e puntare dritti al ruolo – vice presidente dell’IPCC, l’organismo internazionale dell’Onu che guida la valutazione dei cambiamenti climatici – che l’ha portato a vivere in diretta a Parigi una maratona diplomatica lunga tredici giorni, conclusasi il 12 dicembre scorso con un accordo da alcuni definito storico.
Professor Carraro, con quali sensazioni è tornato dalla Conferenza di Parigi sul clima?
Positive, direi. Soprattutto ripensando al passato.
Allude a Kyoto?
Il protocollo di Kyoto impegnava un numero molto piccolo di paesi, che producevano circa il 14% delle emissioni totali.
A Parigi, invece?
I 188 Paesi che hanno firmato a Parigi generano il 98% delle emissioni complessive. Praticamente tutte.
Accordo globale vero, dunque?
Certamente un punto di svolta. Si è imboccata la strada giusta in termini di consenso, di partecipazione, di collaborazione, di ampiezza dell’accordo.
Basterà?
No, tutto questo non è ancora sufficiente. Se rispetto al passato è un grande passo avanti, una svolta decisa, per il futuro non ci siamo ancora. L’accordo, infatti, ferma le emissioni, ne arresta la crescita, ma non le riduce.
Partiamo dal bicchiere mezzo pieno.
Visto che da qui al 2030 è previsto che le emissioni aumentino di un altro 20%, arrestarle significa ridurle del 20% rispetto alla crescita tendenziale.
E questo va considerato un risultato positivo?
Sì, considerato che negli ultimi quarant’anni le emissioni sono sempre cresciute. E negli ultimi dieci anni sono cresciute più che in tutti i decenni precedenti.
La sfida per ridurle è dunque rinviata al 2030.
Sfida è la parola giusta. Non dimentichiamo che nell’accordo di Parigi non solo c’è l’impegno, entro il secolo, a non far crescere più di due gradi la temperatura, ma a starne sotto, e a fare il possibile affinché non superi il grado e mezzo. E’ evidente che quest’ultimo obiettivo non è ottenibile senza una riduzione molto rapida delle emissioni a partire dal 2030.
Nel documento si dice anche che al 2050 si vuole raggiungere le emissioni zero nette.
Questo è un passaggio che molti media hanno letto male.
Può darne un’interpretazione autentica?
“Zero nette” vuol dire che le emissioni devono essere uguali alla capacità di assorbimento delle foreste e degli oceani. Su circa sette giga tonnellate di carbonio che emettiamo ogni anno, due-tre sono assorbiti dagli oceani e dalle foreste. Quindi si dice: vogliamo ridurle da 7 a circa 2-3, non azzerarle.
Come si potrà arrivare a questi risultati?
L’accordo di Parigi non lo dice. L’Europa si è impegnata a tagliarle del 40% entro il 2030, gli Stati Uniti del 28% per il 2025. Tocca ai parlamenti e ai governi nazionali adottare le misure per raggiungere questi obiettivi.
Ahi!
Capisco le perplessità, ma devo dire che ho trovato grande consapevolezza e determinazione da parte di tutti. Tant’è che è stato approvato anche da parte dei paesi in via di sviluppo, che per due settimane si erano opposti, un sistema di monitoraggio e di verifica quinquennale.
Bicchiere mezzo vuoto: cos’altro manca nell’accordo di Parigi?
Un segnale di prezzo; un punto su cui si è molto discusso ma che alla fine rimane una scelta volontaria.
Di cosa si tratta?
Prevedere che le emissioni, cioè il carbonio emesso in ogni attività economica, abbiano un prezzo, un costo.
Chi ce l’ha?
Solo l’Europa, per il momento. La Cina ha detto che lo introdurrà nel 2017; gli Stati Uniti pure: tre paesi che da soli valgono il 50% delle emissioni.
Cosa ha pesato nel risultato finale della conferenza?
Innanzitutto la gravità del problema, che comincia a vedersi un po’ ovunque, come facciamo vedere nel nostro libro. Mentre fino a qualche anno fa si pensava che il cambiamento climatico fosse un problema per le generazioni future, adesso si è capito che anche questa generazione, anche noi, siamo colpiti in modo molto grave. Noi europei lo vediamo meno, ma in alcune parti del mondo lo si vive in maniera assolutamente drammatica.
Ad esempio?
Basta andare al Polo Nord, dove le temperature non sono aumentate di un grado nell’ultimo secolo, che è la media mondiale, ma di ben quattro gradi e mezzo. Rispetto a vent’anni fa, a settembre di quest’anno la superficie dell’Artico si era ridotta della metà e il volume del ghiaccio di tre quarti. Come ha ricordato la Banca Mondiale, in molti paesi del Terzo mondo il cambiamento climatico sta impedendo lo sviluppo economico.
Nel dibattito hanno pesato l’enciclica “Laudato Sì” e i numerosi interventi di papa Francesco a difesa della natura come bene comune?
Sì, in moltissimi paesi, soprattutto in quelli cattolici, in particolare dell’America Latina, ma anche negli Stati Uniti dove l’enciclica ha avuto un forte impatto. Ha pesato in particolare l’invito a quanti hanno causato un danno ambientale ad assumersi le proprie responsabilità e a rimediare.
L’Europa, professor Carraro, si è impegnata a ridurre del 40% le emissioni entro il 2030. Sul come, però, non c’è unanimità.
Adesso inizieranno le negoziazioni per stabilire quanto deve fare ciascun paese per raggiungere l’obiettivo. C’è chi vorrebbe applicare l’abbattimento del 40% a prescindere; altri vorrebbero mettere nel conto quanto ogni singola nazione ha fatto in questi anni.
L’Italia?
Sostiene questa seconda tesi. Noi, dice, abbiamo fatto molto, e ci sono essere altri che devono dare di più.
E’ una tesi che condivide?
Si, è corretta. Per cinque anni, con un piano di sussidi sulle rinnovabili efficace, abbiamo fatto molto. Un po’ meno dei tedeschi, però noi in Europa siamo probabilmente con la Spagna i secondi. Peccato che il piano sia stato fermato.
Quanto dovremo dare ancora?
Invece del 40%, probabilmente ci accorderemo per ridurre le emissioni di un 30-32%. Considerato che al 2020 avevamo già l’obiettivo del -20%, che sarà raggiunto, rimarrebbe per il 2030 un altro 10-12%; che non mi sembra proibitivo.
Nel suo ultimo libro, scritto con Alessandra Mazzai “Il clima che cambia. Non solo un problema ambientale” (Ed. Il Mulino), lei non si limita a presentare una bolletta globale, ma propone pratiche economiche sensate e sostenibili.
L’uragano Sandy, ricorda, in poche ore distrusse nel 2012 il 9% del Pil di New Jersey: peggio di una crisi economica durato cinque anni. Il controllo del clima quali effetti economici produce?
Circa 1,5 trilioni di dollari sono investiti ogni anno per garantire e aumentare l’offerta energetica (la metà destinati a sostituire gli impianti esistenti); a questi si sommano circa altri 4 trilioni di dollari investiti in infrastrutture urbane, in agricoltura e gestione del suolo e delle foreste.
Quindi?
Sarebbe sufficiente che imprese e governi spendessero meglio questi 5-6 trilioni di dollari, con maggiore attenzione agli impatti futuri delle loro scelte. Perché imprese e governi che puntano alla green economy sono quelli che producono più posti di lavoro.
Limitandosi all’Italia?
Nel nostro paese tre milioni di persone svolgono un lavoro verde, e le assunzioni green nel settore ricerca e sviluppo sono state il 70%. Dal 2008 al 2014 circa il 22 per cento delle aziende italiane ha investito nella riduzione del proprio impatto ambientale, il 37 per cento delle nuove imprese ha investito in prodotti e tecnologie verdi. Ogni milione di euro generato dalla green economy italiana produce un effetto indiretto e indotto di quasi 2,7 milioni sulla nostra economia. Un dato tra i più alti in Occidente.
E’ tornato da Parigi più ottimista?
Si e no. Eravamo partiti molto bene, perché non era mai successo che 150 leader e capi di stato si trovassero sotto lo stesso tetto, e spendessero parole importanti.
Poi?
Poi le negoziazioni si sono un po’ rovinate, ma per fortuna all’ultimo secondo è tornato lo spirito iniziale.
Conclusione?
Questa capacità dei paesi di ricomporre le divisioni ideologiche, i contrasti nordsud, destra-sinistra, capitalisti-anticapitalisti, a mettere parte gli interessi nazionali perché c’è un interesse superiore, credo sia l’aspetto più positivo della conferenza di Parigi.

Categorie: Camp2020 Europa
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