Asili: un presente difficile, un futuro da costruire con un gioco di squadra

C’era una volta l’asilo. Bastava un campanile, un prete, tre suore, due aule e un cortile, ed era subito un gioco di bimbi. Colletto bianco, fiocco, grembiulino, cestino azzurro o rosa a marcarne il sesso, all’entrata; abiti imbrattati e qualche livido sulle ginocchia, all’uscita. Almeno così pare di ricordare, perché la nostalgia è il più antico dei photoshop: copre cicatrici e colora i ricordi.
Oggi quel mondo non c’è più. Le canoniche si stanno svuotando, le suore sono un lusso, e persino la toponomastica si è adeguata: c’è il nido per i più piccoli e la scuola d’infanzia, propedeutica al debutto alle elementari. Pardon, alla scuola primaria.
Dettagli certo, perché il passato è sbiadito e del futuro non c’è certezza.
Si naviga a vista, insomma. I preti (quando ci sono), passano. I genitori e gli amministratori pure. E i conti non tornano più. Tanto che un gruppo di lavoro istituito qualche mese fa dall’Ipa del Camposampierese – il tavolo di concertazione delle istituzioni e le associazioni imprenditoriali, del mondo del lavoro, della scuola, della cultura e del volontariato – è arrivato ad una sconfortante conclusione: o si fa rete, si mettono insieme sinergie, modelli educativi ed organizzativi, o il futuro di molte scuole materne è a rischio. Ecco perché.

I numeri. Sono trentasette le scuole d’infanzia presenti negli undici Comuni del Camposampierese: 35 parrocchiali e 2 statali (una a Rustega di Camposampiero, l’altra a Ronchi di Piombino Dese). Ci accedono circa 3mila bambini dagli 0 ai 6 anni (2.933 è l’ultimo dato disponibile). Quantificarne i costi è impossibile. I modelli gestionali, organizzativi, didattici, sono infatti diversi, così come gli standard qualitativi. Si va dall’eccellenza alle strutture più modeste.
L’unico dato certo è il milione e mezzo che gli undici Comuni sborsano annualmente con contributi diretti o sostenendo parte del trasporto degli alunni. Mediamente si tratta di 500 euro a famiglia. Una cifra impegnativa e difficilmente sostenibile per lungo tempo per bilanci duramente provati dai drastici tagli dei trasferimenti statali e dall’acuirsi di un’emergenza sociale causata dalla gravità e dal protrarsi della crisi economica.

Le criticità. Il problema che emerge dal “think tank” voluto dall’Ipa e coordinato da Alda Bordignon e Alberto Bacicchetto, è l’assenza di interlocutori in grado di creare le condizioni per superare una situazione così frammentata, dispendiosa e incerta. Oltre alle aggregazioni pastorali, che inevitabilmente affievoliscono il legame esclusivo con una singola comunità, l’impegno dei sacerdoti si va sempre più spostando sull’impegno pastorale, e tende a delegare ai laici la gestione dei servizi. Neppure i genitori, di passaggio nei singoli comitati di gestione, possono garantire quella continuità necessaria per gestire un processo così complesso, e così gli amministratori comunali, impegnati più a trovare le risorse tra le pieghe del bilancio che affrontare gli aspetti qualitativi del servizio.
Non bastasse, le ultime rilevazioni segnalano per la prima volta un calo demografico. La diminuzione della natalità nelle famiglie italiane, infatti, non è più compensata da quelle immigrate.

Le prospettive. Che sia necessario un gioco di squadra non ci sono dubbi. Che sia possibile in assenza di una regia, pochi ci credono. “Tema delicato e complesso”, raccomandano parroci e genitori. Una strada possibile e concreta potrebbe essere quella di utilizzare il cosiddetto “welfare aziendale”. Si tratta di uno strumento previsto dal Testo unico delle imposte sui redditi (Tuir) che consente alle aziende, a parità di costo, di affiancare alla retribuzione ordinaria la possibilità di usufruire di beni e di servizi. Non concorre al reddito imponibile dei dipendenti e aumenta il loro potere d’acquisto e può essere erogata attraverso una convenzione con le scuole materne, o con rimborsi diretti al dipendente o con la fornitura di voucher a valore nominale.

Un’altra strada, non alternativa, è quella della collaborazione tra scuole materne. L’esempio, controcorrente e virtuoso, arriva dalla collaborazione instaurata da alcuni anni tra le scuole materne di Fiumicello e Reschigliano. Si è iniziato con piccole sinergie, arrivando a delineare un’unica offerta formativa. Un’esperienza dalle potenzialità impensate e che sta portando i responsabili delle due scuole materne a tentare di intercettare i finanziamenti europei.
Sullo sfondo rimane l’ipotesi più suggestiva e radicale: un’iniziativa a livello di Federazione che agevoli e coordini le scuole materne presenti sul territorio, cercando di creare alcuni servizi in comune: dalla segreteria ai pasti, dai livelli didattici alla gestione degli insegnanti. Processi complessi e probabilmente lunghi, ma alla portata di un Camposampierese che da oltre quindici anni ha trovato ritmo e sintonia.

Tags: asili nido|scuola dell'infanzia